Surrealismo e gioco dalla profondità dell’inconscio alla superficie dipinta Silvia Cestari

Arte aulica o popolare, tradizione o contemporaneità? Come Amleto David Dalla Venezia interroga il me-mento mori n.573 e, sprofondando negli abissi dell’inconscio, riemerge con alcune possibili risposte. Da luogo espositivo la Galleria Davico si fa teatro per mise en abîme, singolari giochi di rimandi, dove il sogno si confonde con la realtà e la finzione si ripete, come un incastro di scatole cinesi, su un duplice livello narra-tivo: estetico – figurativo da un lato e filosofico – surreale dall’altro. Due e contrapposti i riferimenti cultura-li: uno popolare di basso livello, movimento fiorito alla fine degli anni Settanta negli ambienti underground della west coast americana, conosciuto anche con il nome di Lowbrow Art o Surrealismo Pop, a cui vanno ricondotte le illustrazioni per i dischi del gruppo Avion Travel e i 12 dipinti, realizzati sulle palizzate di Ve-nezia a quattro mani con Hiroshi Daikoku tra il 1987 e il 1989.

Il secondo o highbrow (livello alto) attinge i suoi archetipi dalla mitologia classica, dalle successive elabora-zioni psicoanalitiche di Freud e Jung, e dalla filosofia moderna di Schopenhauer e Nietszche.

In particolare “L’eterno ritorno” nicciano sembra ricorrere più spesso nelle rappresentazioni di David Dalla Venezia, nell’impianto scenografico, nella moltiplicazione di personaggi, di simboli, nel continuo intrecciar-si di citazioni bibliche, motivi iconografici della classicità, capolavori barocchi e della cultura figurativa mo-derna, all’interno di uno spazio senza tempo e in continuo divenire.

Situazioni paradossali dove l’episodio biblico di Giacobbe in lotta con l’Angelo di Dio, da rito iniziatico propedeutico alla ricerca di ogni verità, può diventare il canovaccio per una rappresentazione popolare.

Nelle vesti di maschera della commedia dell’arte l’autore e Pulcinella avvinti in un abbraccio ferale, tra fin-zione ludica e arte marziale (“n. 585”), si fanno beffe dei potenti sdrammatizzando con ironia i problemi che li affliggono e traducono in linguaggio vernacolare quella “gioconda malignità” decantata nel Così parlò Za-rathustra.

Concetti enunciati da tanti piccoli alter ego che danno voce al fondamento teorico dell’artista:”…questo nero e questa pesantezza di cui io rido; proprio questa è la vostra nuvola temporalesca. Voi guardate in alto, quan-do tendete verso l'elevazione. E io guardo giù nel profondo, perché sono già esaltato…Occorre essere spen-sierati, violenti, ironici; così ci vuole la sapienza: essa è una femmina e ama sempre solo il guerriero.”

E come tale questi si fa paladino di una nuova poetica fra passato e modernità, affermazione di sé e anticon-formismo –con uno sguardo a Rembrandt, Delacroix, Chagall, al Gauguin simbolista de “La visione dopo il sermone” del 1888- ribadendo una polemica con l’arte ufficiale già sviscerata in Who killed Cattelan?

Sulle orme di Caravaggio Davide – Dalla Venezia si rivale su Golia - Cattelan, in accordo con gli imperativi dogmatici del Kitch teorizzati da Odd Nerdrum: rifiutare l’ironia, relazionarsi sempre agli antichi maestri “non perché antichi ma perché maestri”, rifuggire l’originalità e contrapporre ad essa l’intensità del soggetto.

Da tutto ciò si potrebbe dedurre che le opere dell’artista siano un compendio dinamico di suggestioni etero-genee, in realtà ciò che colpisce fin dal primo sguardo è proprio una fermezza solida che non riguarda uni-camente l’impianto strutturale, ma piuttosto assegna al colore la funzione portante, come fu per Dalì, Magrit-te, De Chirico e Savinio, figure decisive per la formazione artistica giovanile di David Dalla Venezia.

Come nelle vetrate gotiche i rossi, i gialli, i verdi aprono degli squarci di luce nel buio del fondo nero, per caricarsi di un valore simbolico di grande potenza ascetica e spirituale.

Il nero diventa simbolo di rigenerazione, metafora della sintesi universale, dell'assenza e della presenza di ogni cosa, di un percorso regressivo nell’utero materno, fondale per icone della maternità (n.552, n.581, n.583). I libri, i pennelli, latamente emblemi di sapienza e conoscenza sono tinti di rosso, colore apotropaico e catartico, portatore di forza, salute, giovinezza, splendore, risurrezione e fonte di energia vitale (n. 556, n.575, n.577, n.581).

Simbologie e interpretazioni che hanno prodotto un’ ampia serie di trattati, tra cui, significativamente, il sag-gio di Shopenhauer del 1816 “Sulla vista e i colori”. Tra i numerosi postulati sull’argomento, quello che più rappresenta il lavoro di David Dalla Venezia è da attribuire a Johannes Itten: “Uno studio approfondito dei colori è uno strumento eccellente per sviluppare la propria umanità e per acuire la sensibilità delle necessità interiori; è un sussidio per intendere le leggi eterne del divenire naturale”, di conseguenza: “qualsiasi possa essere il futuro orientamento della pittura, la forza espressiva dei colori conserverà sempre un ruolo essenzia-le nel processo creativo” (J.Itten).